Donde si viene e dove si va,
rimane spesso un mistero!

Ricerca personalizzata

I miei anni '70 è '80

Ho scelto alcuni racconti autobiografici della mia giovinezza,
preferendo non correggerne la sintassi, ben lontana dalla decenza letteraria, in quanto sono persuaso che lo scritto debba rappresentare quanto meglio le multiformi sfaccettature del tempo contestuale.

venerdì 27 marzo 2009


martedì 21 ottobre 2008

Un passerotto degli anni '70


mercoledì 10 settembre 2008

I miei ospiti... Enrico e Marilù! Bellissimi sposi...

Gli sposi!



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I genitori degli sposi Alessandro e Luigina ...e gli sposi!

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I testimoni degli sposi!
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Danilo

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Pierluigi

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Un bravo Ministro
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Un buon ministero
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Degli sposi soddisfatti
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Il papà dello sposo Alessandro e la sposa
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L'infiltrato...
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I migliori auguri per Enrico e Marilù!
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Che hanno intrapreso il percorso che il Signore desidera per tutti i giusti.
Lode al Signore che ha concesso una giornata meravigliosa alla gente della Sabina!
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Un paradiso naturale e umano preservato pulito anche nei momenti difficili per l'umanità intera.
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(Queste foto sono riprese in digitale con l'autorizzazione degli sposi per uno scopo ausiliare alla cerimonia e non professionale)















































































































































































































































venerdì 4 luglio 2008

Paranormale

Torino 1986, passeggiavo in una via centrale assieme ad una ragazza, distribuendo giornalini ai passanti. Improvvisamente la mia "collega" sparì dalla vista.
Passava il tempo e cresceva la mia preoccupazione, finché udìi una voce
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― Vai oltre l’angolo del quartiere ―
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La voce appariva virtualmente reale ed “ubicata” al centro della mia testa.
Il timbro potrei definirlo maschile, ma la peculiarità dominante era la sua perfetta “leggibilità”. Nel momento del suo “avvento” i miei pensieri si dileguarono all’istante per lasciare un “vuoto” di affascinante smarrimento.
Non era mia, ma sembrava appartenermi. Un riflesso della mia preoccupazione?
Sbirciando intorno inutilmente, poiché non vi erano persone nelle vicinanze, mi incamminai verso l’angolo ove ero rivolto al momento della voce.
Arrivato poco oltre guardai intorno e vidi la mia collega ed un interlocutore seduti in una panchina. Notando la donna, d’un balzo nella mente si fece sereno e una speciale e piacevole freschezza avvolse la mia testa.
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Qualche anno dopo mi trovai a raccogliere donazioni missionarie in un paesino del Trentino Alto Adige. Corsi per tutto il giorno senza mangiare. C’era da vendere centotrenta giornalini tenuti a braccio. La mia mente era libera da pensieri “peccaminosi” e la gente mi accoglieva volentieri.
Nel pomeriggio arrivai in periferia. Le case erano diradate e bisognava camminare molto. In una delle ultime dapprima incontrai un'alta e pesante porta metallica. Spinsi sovrappensiero e si aprì parzialmente lasciando scorgere dell’erba alta e capì che non era l’entrata giusta. Riaccostai senza chiudere del tutto in quanto risultava troppo difficoltoso. Avanzando di qualche metro mi portai all’uscio dell’abitazione e suonai il campanello. Vi apparve una giovane donna che posò in un batter di ciglia lo sguardo sulla porta metallica, che apriva su di un prato adiacente l’abitazione ed appariva adesso completamente arrugginita.

― Ha aperto Lei quel cancello? ― Inavvertitamente, Risposi.
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― Quel cancello è chiuso da molti anni ed io non sono mai riuscita ad aprirlo, per la ruggine che bloccava la serratura. ―
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L’ho appena toccato e si è aperto. Aggiunsi.
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― Non posso crederlo. ―
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Visibilmente scossa, soffermava lo sguardo sul portone e non udiva le mie parole. Salutai e andai.

giovedì 8 maggio 2008

IL CILIEGIO LA VITE E IL CACHI

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A dodici anni ebbi un’esperienza stuzzicante verso l’invisibile e il misterioso. Mio padre estrasse alcune piantine di ciliegio, dal vivaio in un nostro campo lontano, per piantarle vicino l’abitazione. Una decina in tutto che provvedemmo insieme a sistemare nel terreno. Lui scavan­do le buche, per poi riporvi la piantine ricoprendone le giovani radici con fine terriccio e concime, io versando dell’acqua sul tutto. Finito il lavoro mi dedicai di nuovo a qualche passatempo quando vidi, appog­giate ad un muretto, due piantine rimaste. Chiesi a mio padre del perché non le avesse piantate. Le loro radici si erano strappate durante il viag­gio e non vi era speranza che potessero sopravvivere. Ma una aveva due minutissime radici. Per gioco scavai con le mani, aiutandomi con uno zeppo, una buca di qualche centimetro e ve la posi. Data la preca­rietà della sistemazione e le esigue radici osai neanche pensare ad una possibile crescita. Passò qualche mese finché un giorno mi tornò in mente il mio ciliegio. Andai sul posto e vidi con grande stupore che la piantina aveva preso bene ed era in piena salute. Crebbe forte e bella a vedersi. Il suo fusto era perfettamente diritto, i suoi rami altrettanto come fossero disegnati. I suoi frutti vennero perfet­ti come da natura incontaminata e nessun segno di malattia era da nota­re sulla pianta o sui frutti. Nonostante la buca fosse profonda non più di sette centimetri ed in terra tenace non preparata, il fusto crebbe profon­damente ancorato nel terreno. Sentivo che la perfezione estetica di que­sta pianta rifletteva idealmente il mio senso del bello concettuale. Dopo diversi anni mi riproposi di fotografare il ciliegio e pregare mia sorella, che aveva acquistato il terreno, di farlo spostare con un escavatore dato che l’avevo piantato tra un giovane ulivo e un altro ciliegio anziano. Posto per una pianta adulta non c’era. Purtroppo il ciliegio non c’era più. Disturbava l’ulivo disse mia sorella. Davanti alla nostra casa c’era una vite piantata vicino al passaggio dalla strada fino all’uscio. Ero solito appoggiarmi ad essa quando casualmente chiacchieravo con qualcuno di passaggio. Un giorno notai che la vite produceva una quantità enorme di grappoli. Sani e dolci come le migliori e ben curate viti sanno fare. Ma questa vite non veniva mai concimata e la quantità d’uva prodotta ogni anno era almeno tre volte tanto di una nei filari della stessa età e dimensioni. Essa si nu­triva sicuramente dell’amore casuale di chi sostava nelle sue vicinanze. Tra i ricordi infantili ce n’è uno collegato ad una birbanteria. Non si col­gono i frutti acerbi, ammonivano gli adulti a noi giovanotti di quattro o cinque anni. Ma un giorno, solo soletto, volli provare la trasgressione. Staccai un grosso cachi dal suo ramo e, dopo averlo girato e rigirato, tan­to era grosso, pensai a qualche dolorosa sculacciata se fossi stato visto. Lo nascosi allora in una cavità alla base di un fusto di ulivo e posi una tegola sull’apertura. Contento di averla fatta franca ed avendo rispettato relativamente il frutto, non avendolo gettato tra i rovi, lo dimenticai. Dopo qualche mese mi tornò in mente il fattaccio e curiosamente volli appurare che fine avesse fatto il cachi. Sicuramente era rimasto solo il picciolo, marcito o mangiato dalle formiche. Tolsi la tegola dalla base del fusto e vidi il mio cachi enorme, rosso e perfettamente maturo. For­michine e animaletti vari si muovevano intorno senza curarsene e nean­che una ragnatela vi era intessuta sopra. Era perfettamente pulito e ri­spettato come un totem circondato dai suoi adoratori. A quell’età non stetti molto a filosofare sulla cosa, lo presi e gioiosamente lo mangiai. Che frutto meraviglioso.. da giardino dell’Eden. Se Eva avesse offerto un cachi così ad Adamo, invece della mela del diavolo, non avrebbero combinato quel gran pasticcio. Possibile che non ci fosse un albero dei cachi in quel giardino? Bah! Nei casi del ciliegio e del cachi si potrebbe parlare di miracoli involontari non concessi all’uomo in conflitto, ma solo alla purezza inconscia di un bambino. Anche se qualche indelicato potrebbe pensare che anche le formiche aspettavano di mangiarsi il ca­chi... le avrei dunque solo precedute? Cattivo!

Il malocchio (1972)

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A 15 anni fui testimone di un evento straordinario: un esorcismo!
Andò così. Il nostro maiale smise di mangiare. Dopo quattro giorni di digiuno e
ottanta chili di prosciutti, costolette, salsicce... stesi nella stalla senza più forza per respirare cominciammo a preoccuparci!
Una nostra cara vicina, la signora Genoveffa, raccontò di aver visto la signora... recarsi nella stalla del maiale in nostra assenza.
Da contadini superstiziosi si pensò al malocchio e ci rivolgemmo ad una amica, che sapevamo capace di toglierlo: la signora Giacomina. Venne il giorno dopo e ci chiese di prendere dell’acqua, un piatto fondo e olio di oliva.
Ci recammo, io, Lei e la mia matrigna Signora Clotilde nella piccola stalla.
Stavamo sopra e intorno la bestia sovrastandola. Giaceva ai nostri piedi.
Giacomina chiese di versare acqua nel piatto e disse: ― Pronuncerò alcune
Formule, poi lascerò cadere una goccia d’olio nell’acqua e se la goccia scompare c’è un maleficio. ― La vidi pronunciare alcune frasi incomprensibili e poi, cauta, lasciar cadere una grossa goccia d’olio sull’acqua. Io e la mia matrigna eravamo quasi sul piatto in quanto l’angusto spazio ci costringeva a chinarci l’uno verso l’altro. Ci guardavamo dentro in piena eccitazione.
Vidi la goccia cadere e nel toccare il liquido, una macchia di colore giallo si espanse repentina fin quasi i bordi del piatto e sparì.
Giacomina, senza scomporsi, confermò il malocchio e cominciò a recitare un intreccio di preghiere conosciute e frasi astruse per circa un minuto.
Ci invitò ad eseguire il segno della croce ed uscimmo.
Quel pomeriggio il maiale ricominciò a mangiare e visse felice… il resto dei suoi giorni. Affascinato dalla circostanza chiesi a Giacomina come potevo imparare queste cose. Già mi vedevo, signore dell’occulto, dominatore globale...
Mi disse che era d’uso trasferire i poteri alla mezzanotte di San Silvestro.
Fu un colpo tremendo, per uno spazientito come me. Non bastava qualche formuletta in un manuale? No! A Capodanno, quando si brinda allo spumante e da recarsi sotto una grossa quercia (benedetta per questo rito) in una foresta remota.
Al gelo, ai lupi, mica al bar giocando a briscola. Rinunciai!
So che centinaia di santoni usano l’acqua e l’olio per assemblare alcuni esorcismi truffaldini e c’è un trucco anche lì, ma nel mio caso l’olio veniva dai miei ulivi e l’acqua del comune. Sgorgata dal rubinetto della cucina. Vidi tutto da brevissima distanza, compreso il maiale che si ingozzava dopo quattro giorni di assoluto digiuno. Lo osservai mangiare per almeno venti minuti.

lunedì 5 maggio 2008

Il militare (1976)

Molti non lo vogliono fare. Io non lo sapevo se volevo farlo o no, curioso sì!
Arrivo a La Spezia per fare il marinaio.
Avendo frequentato una scuola nautica la chiamata in marina è scontata.
Al CAR pronta arriva la puntura al petto. Decido di vincere la paura. Davanti a me i nemici... pardon compagni, cadono decimati. Chi non sviene invoca la mamma... (alla drammatizzazione si faccia una robusta tara…) io sopravvivo assieme a pochi altri. Ebbene, cos’è una iniezione in un muscolo pettorale?
Appunto nulla! (Non proprio: l’ago era grosso e faceva male…, ma non lo dico per fare bella figura.) Presi la paura-emozione nel verso giusto, dunque.
(Feci uno sforzo tremendo per non pensare che potesse infilzarmi un capezzolo, per questo mi salvai..., ma non lo dico per fare bella figura.)
La specialità? Miseria! Mi fanno marciare come un cavallo... cosa?
C’è la specialità fotografo? Proviamo. Arriva l’esame. Un militare anziano, alto e magro da radiografia non necessaria, mi chiama: ― Di Bartolomei vieni che il capo ti vuole! ― (Mi aspettavo l’ufficiale!) Va’ bene!
Saliamo delle scale, ambiente antico, nostalgico, siamo in un ampio studio fotografico. Un paio di minuti e lo smilzo e il “capo” mi affrontano serafici.
― Lei vuole fare il fotografo! Mi descriva le caratteristiche di questa fotocamera? ― Proferisce con il piglio “lo sistemo subito” e mostrandomi una Leica R3 nuova fiammante: un apparecchio tedesco di gran costo. Avendo coltivato un’embrionale passione per la fotografia so qualcosa dell’oggetto e lo descrivo. ― Le faremo sapere. ― Torno nel piazzale.
Dopo un paio d’ore arriva il mio futuro vicecapo, l’alto e magro.
―Vieni in laboratorio, sei assunto. ― Il capo è rimasto contento?
― Gli hai spiegato più di quanto ne sapesse lui. ―
Entriamo nello studio laboratorio. Accogliente e con la doccia calda.
― Qui facciamo le fototessere alle reclute e le stampiamo, più fotografia varia.
Ricordati: il fotografo viene dopo il comandante! Fai le fotografie agli ufficiali, ti prendono in simpatia e non hai problemi. Userai questa fotocamera! ―
Una Leica M4! Una fotocamera da sogno! Un oggetto così costoso per le fototessera? Mi chiedevo, e gli chiedo! Prende la fotocamera e la lancia sprezzante sul letto (dorme lì). È matto! Mi sorride: ― Quella fotocamera non costa un tubo, questa è preziosa! ― Mi mostra una pur sofisticata fotocamera giapponese, ma che costa un quinto della Leica. Non contraddico, lui è il mio capo e per me maneggiare l’oggetto valeva di già le inconfortevolezze della coscrizione!
L’attività consisteva soprattutto nel fotografare le reclute in caserma (che mi davano del lei… anche così si diventa importanti!), ma nella libera uscita fotografavamo sui generis. Il “capo” mi lasciava volentieri la fotocamera assegnata sennonché… Casualmente visitammo un negozio di fotografia e in vetrina c’erano delle Leica usate. Fui fiero di indicargli il costo dell’apparecchio.
Il pomeriggio dopo cercai la fotocamera, ma non la trovai. Capo! La Leica?.
― È in cassaforte! Io ne sono responsabile e se la perdi avrò dei guai... ―
(Avviso! Il genuino linguaggio dei marinai semplici è stato tradotto…)
Fine dello spasso! Ulisse, quando mai ti fai furbo?
Una riflessione frequente nella mia vita.
Finito il CAR inizia Maridist a Roma: Ministero della Marina. Qui gli ufficiali appaiono come li si immagina dai film: c’è chi assomiglia al generale Custer, chi al sergente Garcia, chi ai nobili inglesi. Niente attenti, ma buongiorno e buonasera e rigore solo se di guardia. Al confronto, il fracasso degli sbattimenti di tacchi nell’esercito, superava i famosi balli delle nacchere.
Il rigore andava secondo le tipologia degli italiani! Gli ufficiali del nord erano la nobiltà discreta, sobri e trasparenti. Quelli centrali o romani: ― Di Bartolomei sei inquisito! Quanti giorni di cella ti do? Decidi che ho da fare! ―
Ma non si disturbi, per favore… ― Ti grazio questa volta, ma i turni di guardia si devono rispettare! ― Accomodanti e amichevoli.

In verità anche di guardia non ero il massimo… Primo turno, di garitta, a Roma:
― Ignora soldati semplici e borghesi, saluta solo gli ufficiali! ―
Istruisce il guardiamarina.
Imbardato in un’allucinante divisa da marinaio e giberna, solo il kimono da “festa” la batte, imbraccio il mio mitra scarico, che nel caso di un’aggressione salgo in paradiso più volte prima di inserire il caricatore che ho addosso, sempre che mi sia ricordato di togliere il nastro che lo sigilla… e che mi sia confessato... Ebbene sì!
Vi sto da qualche minuto che arriva il primo ufficiale. Rapido attraversa il portone… e arriva il guardiamarina. ― Cosa fai? Non saluti gli ufficiali? ―
È entrato così rapidamente che credevo non fosse necessario!
(In verità lo avevo dimenticato…) ― Tu non ti preoccupare, saluta e basta! ―
Dopo venti minuti ne arriva un altro. Rapido anche lui e mi guarda con la coda dell’occhio, ma non mi saluta… Neanche l’altro lo aveva fatto ed io non saluto.
Riecco il guardiamarina. ― Ehi! Non hai capito? Devi salutare gli ufficiali! ―
Lui non mi ha salutato! (Cosa vuole… sono fatto così)
― Non è affar tuo! Devi salutare tutti gli ufficiali e se arriva un altro a lamentarsi, devo fare rapporto e ti fai tre giorni dentro! ―
Ebbe così inizio, il mio servizio militare! hèèèèè…

Si diceva… quelli del sud: mi raccontava coloritamente un marinaio napoletano (obbligatorio nella leva disporre di amici napoletani: conoscono barzellette a non finire), facente la spola fra la marina e l’esercito, che un fante attendente dopo aver aperto la porta dell’ufficio del suo colonnello (del sud Italia) aveva sbattuto i tacchi quattro volte prima di consegnargli la missiva! Io mi sarei vergognato da morire! In marina non si usava… da noi almeno! Mi andava bene!
Urca, ci stanno pure i nonni! Si congedano e vogliono, gli onori.
― Facci la motoretta! ― Va’ bene... bruùm bruùmm… neanche da bambino l’avevo mai fatto. ― Ci fai il Juke Box? ― Entrare nell’armadietto e cantare?
Ci vedono? Dovrebbe raddoppiarsi, per poterci entrare io!
― Il cucù sopra l’armadietto? ―
Mi prendono in braccio e mi ci portano sopra, se vogliono il cucù! Rinunciano!
La mia disponibilità l’è però esaurita. Temendo che mi importunino nei giorni a venire decido di rischiare una lite, non solo verbale, pur di oppormi.
Arriva il controllo piedi. Una baggianata! Sono solo due e non ci vorrà molto a contarli! ― No… se male odorano! ― (era un altro termine) Odorano?
Osservo i miei amati sostegni. Nella casa paterna in costruzione non c’era il bagno interno e i piedi non sì lavavano tutti i giorni, ma nella caserma le docce c’erano e io le facevo. ― Vai a lavarti i piedi che odorano! ― (era un altro…).
Non è vero! Resisto, risoluto a chiarire le cose. Sono in quattro: due, piccoletti, si siedono nel letto di lato e due, ben più inquietanti, rimangono in piedi.
Teso per la preavvisata e negativa fama del nonnismo, ero disposto a battermi, nonostante potessi cavarmela in peggio, confidando in qualche rudimento di arti marziali ed una buona forma, ma volevo mostrare che con me non si andava sul leggero. Fortunatamente rinunciano e vanno oltre.
Non potevo dormire, temendo un “gavettone”, ma “sgonfiando” mi chiedevo se fosse il caso di lavarmi i piedi! Mezz’ora di travaglio, mi alzai, andai ai lavandini e li lavai e poi dormì davvero bene.
I piedi mi ringraziavano di gran cuore e la coscienza anche!
Non potei più farne a meno da quella sera e senza, anche solo con acqua, non riuscivo a dormire. Questo piacque talmente ai nonni che non mi importunarono più mostrandomi, inoltre, discreto rispetto. Li avevo spiazzati, dunque!
Sì e no tre, dei giovani delle camerate del mio piano, si lavavano regolarmente prima di dormire. Sorgeva, però, un problema nuovo.
Essendo io poco odorante, percepivo distinti gli odori altrui!
Il percorso per raggiungere il mio letto, sembrava la gita al museo del fetore…
Vidi planare nel cielo della camerata, centinaia di gavettoni come missili da crociera e nessuno ebbe il mio indirizzo, ma incuriosiva sapere se la vittima designata veniva centrata. Il fascino perverso della guerra!
Non si maligni, per favore, solo una volta mi sono alzato per vedere!
(Nelle altre tentavo l’interpretazione dei lamenti…)
Avevo molti amici, di ogni colore politico e di grado e non trovo che felici ricordi e qualche nonno da ringraziare per avermi insegnato qualcosa.
I piedi sapevo lavarmeli anche prima! Essere più sensibili alle ragioni altrui?
Può essere?
Nessuno alzò mai la mano contro di me ne io lo feci ad altri ne sentì che talvolta ve ne potessi incappare nel bisogno. Le differenze etniche e caratteriali mi apparivano come frastagli dilettevoli di un panorama incantato…
Vorrei finire in bellezza: grazie Marina Militare, grazie nonni e grazie amici.
…però che odoraccio! Qui, qualcuno non si lava i piedi! Schflasch!! Prendi!
Militare si? Militare no? Il mio fu un tempo utile e divertente.

Il castello (1978)

All’età di 17 anni, non potendo proseguire la mia scuola nautica per la prematura morte di mio padre presi a lavorare con il suo trattore. Un giorno mi trovai ai margini di una rigogliosa valle ricca di acque, foreste, campi coltivati ad ortaggi e frutta. Vi notai un castello in miniatura grigio chiaro grosso come una abitazione di generose dimensioni. Sembrava un castello di Disneyland con alte, slanciate torri. Mi ricordavo di averlo notato di già anni addietro, ma questa volta pur presentandosi medesimo, enormi cespugli di rovi spinosi aggredivano parti delle sue mura e quasi ricoprivano una piscina situata dietro la costruzione e sovrastante un chiassoso ruscello.
Alcuni giorni dopo, dovendo percorrere una strada nelle vicinanze, cedetti alla curiosità di conoscere meglio quell’affascinante costruzione e mi avvicinai per poterne osservare i dettagli.
Vi aleggiava un’atmosfera medievale con saloni spaziosi e ripide scale a chiocciola che si avvitavano verso le torri. Appariva misteriosa.
La costruzione incompiuta lasciava vedere solo la struttura portante mentre intonaci e pavimentazioni interne mancavano del tutto.
Uscendo scorsi un contadino lavorare un campo adiacente e chiesi lumi sulla villa. Mi raccontò che la stava costruendo un facoltoso americano quando, un mattino, i suoi muratori ve lo trovarono impiccato.
Quasi raggelato rimasi assorto per qualche secondo e d’istinto colsi del dolore trasudare quei muri. Quale tragedia doveva trascinare dietro di sé quell’uomo, che sebbene agiato ed imminente alla realizzazione di un sogno, volle togliersi la vita… ― Forse aveva finito i soldi! ― Non ho chiesto pareri!
Conoscere il destino amaro di qualcuno che non poté cancellare i suoi trascorsi con il denaro spiegava della villa un particolare curioso. Si presentava come se i lavori di costruzione fossero smessi di recente, con calcinacci puliti e nessun accenno di vandalismo, pernottamenti di zingari o vagabondi.
Nessuno volle avvicinarsi a quelle mura testimoni dell’implacabilità della solitudine, della prigionia di un remoto spietato, del pettine del destino che cattura inesorabile i nodi della vita. Mi sentivo a disagio.
Risalì sul trattore e mi incamminai per la mia via e da quel giorno il misterioso castello grigio divenne invisibile alla mia vista e al mio cuore.

L'impermeabile (1988)

Mi chiedo come mai ci fosse in me una carica emotiva tale da occuparmi del mammone o delle dinamiche economiche legate alla religione.
A distanza di quattro mesi, dall’inizio del saggio, è emerso nella memoria un episodio chiave. Nel ‘87 andai in Germania per vari motivi, il conoscere un nuovo ambiente sociale ed imparare la lingua tedesca erano i promotori.
Un supporto logistico mi veniva da un movimento religioso, ove contribuivo attivamente da qualche anno.
Vivevo in un appartamento con altri cinque giovani ed una coppia di coniugi giapponesi con figli, che si occupavano della guida spirituale.
All’arrivo capitò il fatto! Nel mio modesto vestiario c’era un impermeabile reversibile appena acquistato e un valido mezzo fotografico. Come “il capo” vide l’impermeabile esplose in un ispirato ― Please! Give me, give me! ― (per favore dammelo...). è il solo soprabito che ho! ― Oh please, i’d like so much! ― (ti prego, mi piace così tanto...) D’accordo! Ti piace tanto, pigliatelo.
Negli anni “filantropici” di sacrifici in cibo e abiti ne avevo sempre accettati: estivi d’inverno, invernali d’estate, pigiama sotto e calzoni sopra, due calzoni, illimitato mistomoda…, ma l’impermeabile pose scompiglio nei migliori sentimenti. I giorni passavano. I soldi che raccoglievo erano per la “volontà di Dio” e pativo un insano freddo umido. Non avevo coperte e la notte usavo due coperture dei divani per proteggermi dal freddo.
Dovevo rinforzare la mia fede...
― Servono soldi! Ulisse! Puoi vendere la tua fotocamera? ―
Ma, vendi la tua! ...guarda questo! Passarono 2 anni. Un letto decente si era assemblato, ma rimaneva una sensazione ambigua da un apparente, indigeribile incongruenza. Non comprendevo perché il mio pastore (tutt’altro che indigente: per le sue esigenze garantiva la confraternita giapponese) si era preso un indumento a me indispensabile per usarlo molto raramente e per la prima volta dopo quattro mesi mentre la mia rinite faceva strage di fazzoletti!
Sono sempre stato ottimista. In Gran Bretagna andai a 20 anni con sessantamila lire in tasca, il necessario lo trovai lì. Ho mai temuto di patir la fame, poiché percepivo il mio stile di relazione e rispetto compatibile con ogni prossimo.
Non mi preoccupavo del denaro, ma imparai a guardarmi dal prossimo quando in mezzo si tirava il Padreterno! Dio di qua, dio di là, dio fa questo, quello, vuole così... e del mio pastore mi rimase una sensazione di vizio mentale, ad indulgere, e di un ottimo impermeabile che non mi riuscì d’indossare.

Ebbene… si dice che il Signore ci vendica! Il mio pastore volle dotarsi di una utilitaria a quattro pistoni. Rooar, roarrr… combustione interna, ciclo otto… e ne aveva bisogno! Mai lo vidi camminare spedito... e non sembra che avesse voglia d’incollarsi un francobollo. ― Le brucia ancora, lo riconosca! ― Ma no…
Tramite un “membro” tedesco si procurò un vecchio modello di “golf” bianca.
Carina, ma la targa fu da umorismo goliardico: “WC” e un paio di numeri.
Può “il capo”, avere un veicolo targato come i sanitari della stazione?
Sarebbe mai accaduto!
Il solito “membro” si recò alla motorizzazione, risoluto ad ottenere il cambio del contrassegno, ma lo stoico funzionario rispose inflessibilmente “nein”
…e il mio “capo” rimase dove la sua levatura morale competeva!

mercoledì 23 aprile 2008

L’ambiente (1986)

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Percepire correttamente l’ambiente onde potervi muovere con il miglior profitto. Questo raccontino dovrebbe aiutarmi a rendere potabile il concetto evitando noiose argomentazioni. Anni ‘80! Era del sollevamento pesi.
Da Franco, ex bancario di Varese e persona eccellente (ogni riferimento a persone è casuale). La sua palestra è un ritrovo di amici.
― Ulisse quante tonnellate hai sollevato oggi? ― Ventidue!
― Bravo! Continua così che tiri via quella pancia! ―
Un bel giorno mentre smaneggiavo allo specchio con un pesante manubrio ...eeeéufff... eeeéufff... ììeeéufff... ìììeeefff... eeéff... eeff...eef... dodici riposo... còcòcò... pcquè pcquè... qua... qua... odo due giovani donne avvicinarsi... parlano avvinte... L’una (anziana) istruisce con foga sul come usare gli attrezzi.
Guardo sui generis. Mica le anatomie… però stanno ad un metro.
L’esperta (…per dire) è ora seduta ad una macchina per allenare i bicipiti e spiega il movimento alla sua amica che le sta di fianco. Questa poggia distratta le mani sopra un tubo orizzontale della struttura fissa della macchina, che contiene il manubrio in movimento, avvolgendolo e stringendolo.
L’anziana sta per tirare sù mentre parla e guarda l’amica negli occhi.
Come guidato da un sesto senso mi cade lo sguardo sulla meccanica dell’attrezzo e noto che lo spazio che divide la sua struttura fissa dal campo di movimento del manubrio è di, sì e no, cinque millimetri!
Troppo poco per passare oltre le dita... ho mezzo secondo per evitare uno spettacolo di lacrime e… e sì… sangue. ― Attenzione!! ― La ragazza alla macchina esita... attacco all’arma bianca, casomai gli venisse la voglia di tirare su. ― Tolga le mani di lì che le partono le dita! Non vede? ― Faccio alla sua amica.
Toglie le mani di scatto e mi guarda per un secondo, disorientata.
La ragazza alla macchina lancia un breve lampo di fastidio e seguita a “sforacchiare” la sua amica. Il tutto si svolge in pochi secondi e senza un grazie.
Passano poi ad altri esercizi. Ne deduco che non avessero colto cosa contenesse il loro corso vitale se non mi fossi trovato nei diretti paraggi.
Il supporto laterale del manubrio, composto di tubolare a sezione quadrata come quello della struttura fissa, incontrava le dita nel momento ove le braccia esercitavano la massima trazione e il manubrio la massima inerzia.
I pesi applicati erano leggeri, ma assieme al manubrio (circa quindici chili) e sommati all’impegno muscolare, avrebbero formato un’inerzia reale di almeno quaranta. La principiante avrebbe vissuto un primo giorno indimenticabile!
Percepire l’ambiente? Emotivamente avvinghiate, non lo facevano e ne sarebbero rimaste vittime. Io sì e potei fare che un episodio infelice non avvenisse.
Còcòcò... pcquè... pcquè... qua... qua... Senza offesa s’intende, ma
chi si fa pollo viene spennato!
Qui il fattore è la vita. Una scuola, che talvolta non offre corsi di recupero!

Il deterrente (1970)

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Si dice che la minaccia di sanzioni, acuisca il risentimento e quindi oltre che agire antieducativa incrementi la ribellione verso gli ordinamenti.
Non metto bocca, metto penna. Come inizio non è il mio meglio, ma godiamoci questi ricordi che sono tra i più belli e descrittivi del mondo ovattato della Sabina, dei primi anni ‘70, dove fra i piccoli furti di irresistibili ciliege, il danzar di ulivi alla tramontana autunnale e le risate al narrar degli aneddoti di paese, spicca uno sfoltito del mondo scolastico del tempo dove le bacchette dietro le lavagne anelavano di carezzare i nostri palmi.
Arrivo in prima media a Poggio Moiano, dove locano le scuole medie per molti comuni limitrofi. Si arriva con l’autobus della scuola nella piazza del paese, adagiato in alta collina ed a ridosso delle montagne che separano dall’Abruzzo.
Lontano dai rumori di fondo della Via Salaria e l’aria è ottima.
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Arrivano i professori! C’è chi si gongola al piacere di un nuovo inizio d’anno scolastico con nuovi allievi, chi non riesce a nascondere il malumore per la fine delle vacanze, chi filosofa: figli miei siate ligi, la scuola è la base per una vita felice e... mamma! L’insegnante di applicazioni tecniche!
Statura media, asciutto, legnoso direi, mani che sembrano artigli di un Condor senza unghie appuntite. Silenzio.
Si guarda, tesi, neanche fosse entrato Dracula. Si scoprirà, che è peggio!
Siede, pronuncia poche parole di presentazione, scruta serafico, scrive e ordina delle carte estratte da una borsa di cuoio marrone, che intona idealmente alla giacca “scozia” beige scuro… una figura austera, scolpita nel legno d’ulivo!
Timida, la ciurma riprende fiato e qualcuno dei più audaci, nella prima fila ove pur’io siedo, inizia a ridere e parlare con il piglio: quello chi crede di essere!
Il professore chiede di rimanere in silenzio. Lo chiede ancora. Rido anch'io.
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Si alza, avanza, si avvicina al compagno al lato della fila opposto al mio.
Un bambino di quelli che vengono definiti troppo vivaci. Gli chiede di alzarsi.
Gli molla una sberla tremenda, poi un’altra, poi un’altra. Sento che devo smettere subito. La “piega” che si profila mi appare quantomeno inquietante.
Mai avevo ricevuto percosse così dure e raramente poi.
Ci riesco, ma tre dei miei compagni sembra che non si rendano conto ed insistono nel ridere. La faccia del compagno è rossa come mai avevo visto.
Gli schiaffi, a pieno viso, contano ormai ad una decina e tutti molto dolorosi, finché passa all’alunno accanto.
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I minuti che dura il “lavoro educativo” sono tremendi.
Temevo che avendomi visto ridere sarebbe venuto anche il mio turno invece si ferma al compagno di fianco (forse aveva i palmi indolenziti).
Si immagini di venire caricati, senza via di scampo, da un toro infuriato che ferma le corna ad un centimetro dalla pancia! Il professore torna alla cattedra accompagnato da sommessi pianti che scemano in breve in un silenzio assoluto.
I pensieri scorrazzanti nella testa erano contraddittori: vado dai carabinieri, se lo sono meritato, e se non lo arrestano? ...sto buono!
Le “sue” ore che seguirono furono tranquille, stupende.
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Il professore alzava mai la voce né le mani. In verità, non ne aveva bisogno.
In presenza degli altri insegnanti si vivacizzava, più o meno, ma con lui la disciplina era impeccabile. La cooperazione fra gli alunni pressoché perfetta ed omogeneo il rendimento generale. Non succedeva, come nel calcio amatoriale, che se un giocatore è ciccione non riceve mai la palla, poiché i compagni non si fidano che riesca a gestirla e se costretti ad indirizzargliela, qualcuno dei suoi si avvicina per togliergliela onde evitare che gliela prendano gli avversari...
Ogni riferimento al sottoscritto è puramente casuale…
In presenza del “nostro” professore di applicazioni tecniche, ci si applicava e la solidarietà fra righe, lime, seghe, cacciaviti e chiodi, davvero felice.
Alla sua apparizione una porta su un io chiassoso, ribelle e ciarliero si chiudeva discreta. I timori sparivano di lezione in lezione mentre i bambini “puniti” sembravano trasformati con il loro “amato” professore.
Il tempo passò in fretta in quel laboratorio di pratica di vita e sebbene avessi solo 12 anni mi rendevo conto che qualcosa di eccezionale avveniva in quelle due ore settimanali. Un tempo di pregiata qualità! Un tempo straordinario!
Un dono che godevo senza essermelo conquistato, per fortuna!
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L'operato appariva discutibile, ma ciò che in quel momento mi impressionò (oltre le memorabili sberle) fu la reiterata e immotivata sfacciataggine di noi alunni nel mancare di rispetto al professore, rivelatosi poi leale, efficace e concreto nella sua mansione e per nulla autoritario!
A suo modo, seppure, risolse il problema della disciplina per tutto l’anno scolastico. Fui rimandato in altre materie e posto in collegio a Rieti per i proficui anni che seguirono. Il convitto dei padri Stigmatini di Vazia era quanto di meglio mi potesse capitare nel contesto, ma quel professore l’avrei volentieri ritrovato.
Vissi mai più una situazione scolastica migliore di quelle due ore settimanali passate sotto il suo comando… e senza prenderle!

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...Tok! Tok!
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…Siì!?
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― C’è il suo professore di applicazioni tecniche! ―
Sarà uno scherzo...
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― È venuto a salutarla e ha qualcosa da darle! Apre? ―
Impossibile, se non è... no, avrà 70 anni!
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Lo saluti da parte mia!!
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...Ciò che ha da dare!? Le... lo prenda pure Lei!

domenica 13 aprile 2008

Il mondo moderno (1978)

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Piace il mondo moderno? No? Bene, andiamo con l’asino!
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Ho uno zio che ha mai guidato un’autovettura e, a ben pensarci, non è portato a convivere con i motori. I suoi ausili, nel lavoro agricolo e gli spostamenti intercollinari, vengono dal fidato asino e dalle altrettanto fidate mucche che non solo trainano, ma si cibano di arbusti durante il cammino producendo lavoro con carburante gratuito procurato strada facendo.
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Quale attrezzo a pistoni agisce così?
Sono appassionato di motori e i trattori agricoli, cingolati in particolare, sono indispensabili nelle collinose campagne sabine.
Trovandomi ad arare un terreno dello zio potei osservare una scena di irresistibile comicità. L’asino appena caricato, forse infastidito dalle percosse assestategli per intimidirlo a stare fermo, se la diede a trotto sostenuto giù per il pendio mentre lo zio lo rincorreva imprecando a più non posso. Lascio immaginare cosa si consumò nei cento metri di tenzone fra sbuffi, imprecazioni, ragli e finale razione di percosse, inoltre lo zio dovette risalire a piedi, poiché l’asino non sarebbe riuscito a sostenerlo oltre al carico.
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Seduto sul mio cavallo anzi sui miei quarantacinque cavalli vapore, emananti un lieve odore di nafta e fumo oleoso, osservavo i cingoli aggrapparsi aggressivi al duro terreno mentre l’aratro apriva le zolle per una nuova semina. Il motore e gli organi meccanici mi erano così familiari da riconoscere distinti lo scoppio della nafta, l’apertura delle valvole, lo sbuffo dei fumi combusti che uscivano dai cilindri, il ticchettio della pompa che inviava la nafta agli iniettori e lo spruzzo di questi, potendo intuire circa la salute del motore oppure del suo equilibrio.
Lavorando con il trattore a cingoli ho compiuto le "osservazioni" che mi hanno "deviato" al mondo moderno. L’interrelazione funzionale soprattutto.
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La velocità di avanzamento in stato di potente trazione non era proporzionale al moto trasmesso dal motore in quanto vi era il fattore frequenza di rottura, o tenuta del terreno in base alla sua compattezza, che definiva la resa dell’energia spesa dalla macchina. I terreni duri si lasciavano tagliare alla velocità che volevano loro e non che decidevo io, sicché pur aumentando i giri del motore, l’avanzamento risultava inferiore al rapporto matematico perdendosi nel pattinamento dei cingoli. Cose ovviamente conosciute, ma affascinanti per me sedicenne e digiuno di conoscenze sul comportamento dei materiali!
La percezione della macchina nel lavoro, mi faceva soffrire come se fosse parte
di me, ma nel contempo stimolava la mia sensibilità al succedersi intorno.
È bello lavorare con il trattore a cingoli! Cogliere il profumo delle zolle appena aperte e il calore amico, quasi affettuoso, della macchina mentre graffi le impervie colline colorate d’autunno e la gratitudine degli uccellini mentre nel terreno aperto, beccano gli animaletti prediletti.
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Il sole al tramonto sembra sorriderti e salutarti, a te che stanco ti accingi a tirare gli ultimi solchi mentre il fumo del motore si arricchisce di veloci scintille rosse, come il sole calante, e sale verso le prime timide stelle della sera incipiente.
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Rispetto l’asino, ma amo il trattore e amo il mondo moderno!